Di Alessio Mazzucco

E’ difficile parlare di scuola pubblica per uno che frequenta un ateneo privato. Cercando, però, di sollevarsi da questa banale polemica, vorrei buttare sul piatto il dibattito sulla natura della scuola.

Cerco di non essere semplicistico. Da una parte si può sostenere che la scuola deve essere pubblica, finanziata e aiutata il più possibile dallo Stato, perché è un ruolo, un dovere difenderla e svilupparla come colonna portante della società. Dall’altra si può ribattere che solo in un mercato di libera concorrenza possiamo avere efficienza, selezione delle strutture migliori, fallimento delle meno adatte. Le due visioni possono coesistere, certamente, e questo avviene più o meno ovunque in Occidente: la scelta è lasciata alle famiglie e agli studenti.

Ora, l’idea della scuola come ente pubblico non è un’ideologia statalista, quanto l’idea che lo Stato, come ente creato dalla comunità per promuovere la crescita sociale, culturale ed economica del Paese, debba prendersi carico dell’istruzione proprio perché estraneo alle leggi del mercato. Non è paura del mercato in sé, della libera concorrenza, né un anticapitalismo viscerale, ma semplice obiezione: l’efficienza può essere valore fondamentale per un ambito tanto delicato? La cultura in sé non produce, non dà profitto, non nell’immediato per lo meno, e rientra in tutte quelle componenti e quegli stimoli che rendono una società tale da poter essere chiamata così e i cittadini persone consapevoli, protette nella loro capacità di pensare in modo autonomo. Per essere più efficienti sui mercati globali, sicuramente lo slogan delle tre I, Inglese Internet Impresa era il più azzeccato. Dare retta, però, alle logiche e richieste del mercato può distorcere la visione che si ha dell’istruzione, portandola su una strada differente da quella che noi consideriamo conoscenza, cultura, pura curiosità intellettuale.

E ora, la cronaca. Ieri, Repubblica pubblicava l’aumento dei fondi alle scuole paritarie per 95 milioni di euro. Non mi dichiaro contro l’esistenza delle scuole private (liberissime di nascere e svilupparsi), quanto contro il loro finanziamento. Non dovrebbe essere il mercato a premiarle o abbatterle? Nella nostra società Italia, non dovrebbero essere le scuole pubbliche a dover ricevere finanziamenti dato un sistema scolastico statale ancora ben funzionante, non soppiantato di certo dalla controparte privata?

Che strada vogliamo imboccare nella nostra società del futuro? Sviluppare una struttura privata che soppianti il sistema pubblico per cercare efficienza e competitività e diminuire gli sprechi (come probabilmente avverrà per un settore da sempre pubblico come le pensioni) oppure mantenere e rinforzare il sistema statale come settore di vitale importanza della società e, quindi, meritevole di protezione e finanziamento da parte dello Stato?

Nel novero dei 10 economisti più illustri del XX secolo non si può certo trascurare il nome di Joseph Alois Schumpeter. Nato nel 1883 a Triesh, nell’odierna Repubblica Ceca, il giovane Schumpeter si trasferì presto con la famiglia a Vienna. Qui studiò diritto ma l’incontro con gli economisti Böhm-Bawerk e Wieser lo spinsero a specializzarsi in economia. La passione per la ricerca nel campo delle scienze sociali lo portò ad abbandonare la carriera forense per dedicarsi all’insegnamento nelle Università, dapprima a Graz poi, dopo una breve esperienza da ministro delle finanze, ad Harvard, dove si stabilì a partire dal 1932.

L’impianto teorico della sua ricerca cominciò a prendere forma nel 1912, con la pubblicazione della “Teoria dello Sviluppo Economico”, in cui già emergono i tratti fondamentali del suo pensiero a partire dalla presa di distanza dai principi dei classici e dei marginalisti. L’impostazione economica precedente viene superata in particolare nel concetto di equilibrio: mentre per i classici esso è concepito in un’ottica statica, Schumpeter introduce il fattore tempo, e quindi lo sviluppo dell’economia nel suo complesso su lunghi periodi. L’evoluzione economica si svolge secondo flussi circolari alimentati dall’attività dell’imprenditore, figura centrale dell’analisi di Schumpeter. Infatti è proprio l’imprenditore che innesca un equilibrio dinamico, introducendo nuovi prodotti che aprono nuovi mercati, e innovando i processi produttivi. Questa attività dunque genera uno sviluppo di tipo endogeno, proprio perché spinto da forze interne al sistema capitalistico. La costruzione di un disegno teorico che si avvale poco degli strumenti analitici e formali, può far apparire l’approccio dinamico di Schumpeter piuttosto vago. Tuttavia, il rifiuto di un’astrazione eccessiva gli serve per cogliere tutti gli aspetti sociali, storici e politici che fanno parte dell’attività umana, e che rendono la sua analisi più vicina alla realtà empirica.

Lo stesso stile viene scelto per Capitalismo, socialismo e democrazia (1942), chef d’œuvre di Schumpeter e riflessione basilare sul contesto socio-economico dell’epoca del laissez-faire. La seconda parte, “Può il capitalismo sopravvivere?”, verte sulle condizioni di produzione e di riproducibilità del progresso economico. Le idee di un’economia di flussi circolari e di equilibri dinamici sono alla base del concetto di creative destruction. Tale processo dinamico è “fatto essenziale del capitalismo”, poiché nel capitalismo il nuovo soppianta il precedente grazie all’azione innovatrice dell’imprenditore. Ma anche il capitalismo è destinato a soccombere al socialismo, non a causa di tassi di rendimento effettivi e potenziali del sistema produttivo troppo ridotti, ma dell’insostenibilità sociale che ne minaccia la sopravvivenza (concetto da non sovrapporre all’idea marxiana, che ne pronosticava l’autodistruzione). Il problema del nesso tra produzione capitalistica e benessere sociale è centrale: Schumpeter non nega che tale processo produttivo abbia condotto all’arricchimento degli strati più poveri della popolazione. Tuttavia, se la caccia al profitto massimo non è incompatibile con la ricerca di un risultato produttivo massimo, non si può dimostrare che il primo sia condizione necessaria e sufficiente affinché il secondo si realizzi.

Schumpeter prende le distante dalle posizioni di metodo marxiste e socialiste, già a partire dai modi in cui si realizzerà il passaggio al socialismo (che nell’ottica schumpeteriana devono essere lente e graduali, piuttosto che improvvise e rivoluzionarie), ma è altrettanto convinto dell’idea che gli affari economici della società appartengano per principio alla sfera pubblica e non alla privata, e che quindi sia essenziale il trasferimento del controllo dei mezzi di produzione all’autorità statale. “Può funzionale il socialismo? Certamente” afferma nei capitoli successivi, ma esclusivamente sotto 2 condizioni: che sia raggiunto lo stadio di sviluppo industriale richiesto e che sia possibile risolvere in modo favorevole i problemi della fase transitoria (transizione dal capitalismo al socialismo).

Se al lettore di oggi la sostenibilità del socialismo può apparire un pronostico un po’ ingenuo o mal azzeccato, non si deve dimenticare che le premesse per il collasso del sistema capitalistico sono tutte attuali e che gli squilibri sociali sono determinanti innegabili anche della recente crisi *.

* crisi che, peraltro, pochi economisti mainstream sono stati capaci di prevedere.

Ragioni redazionali non mi permettono di dilungarmi su quest’ultimo punto della rubrica, anche se gli spunti che Schumpeter ci suggerisce per capire l’odierna crisi sono tantissimi.

Diana Camerini
lea193@hotmail.it